Giornata della Memoria a Farfa

Entrare ad Auschwitz è sempre un colpo al cuore: ogni passo è gravoso e pesante come l’aria che si respira. La prima volta è quasi scioccante, ci si vergogna, si sente addosso, in quanto genere umano, l’enorme responsabilità di quelle atrocità.

Eppure io penso che lo shock non serva. Serve una consapevolezza matura, la memoria come esercizio quotidiano, come cultura diffusa. Perché è vero che “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare.”

Può ritornare, e ritorna, ai confini dell’Europa quando lasciamo migliaia di persone, scappate dalla guerra e dalla fame, al freddo e al gelo. Succede quando gridiamo “Africa!” ad un uomo che annega nel Canal Grande. Succede quando odiamo altre donne e altre uomini solo perché sono diverse e diversi da noi.

Succede ogni giorno, ovunque, e succedeva così anche allora.

Stamattina sono stato al campo di concentramento di Farfa, in provincia di Rieti. Un campo istituito l’8 giugno 1943 in cui sono stati internati un centinaio di jugoslavi.

Sono tanti i luoghi della memoria sparsi per il nostro territorio che andrebbero riscoperti, perché le atrocità della storia sono accadute tra di noi, non solo nei luoghi simbolo, ma anche nei luoghi della nostra quotidianità e la responsabilità di dotarci degli anticorpi per non ripetere più certi orrori è in capo ad ognuno di noi.